Il treno comunicativo

Spesso si coglie il solo aspetto emozionale dello scritto, stando più attenti cioè, sia in fase di scrittura che di lettura, a cosa esso trasmetta, a come faccia “sentire” chi lo scrive e chi lo legge.

Prima ancora di affidarci a quanti e quali sentimenti veicolare con il nostro lavoro non bisogna però dimenticare innanzitutto quella che è la funzione primaria dello scritto, vale a dire far pervenire a chi ci legge ciò che si scrive. Solo dopo che siamo certi che il treno composto da trattrice e vagoni, che i binari e la corrente elettrica con cui viaggia il treno siano efficienti, potremo pensare a cosa far trasportare (persone, cose, posta, animali…) al nostro convoglio.

Voglio in altre parole mettere qui in evidenza che lo scritto è innanzitutto un atto comunicativo dove vi sono almeno due poli che strettamente interagiscono tra loro: chi scrive (e dunque in ultima analisi chi trasmette) da una parte e chi legge (che a sua volta riceve) dall’altra; anche se di solito il ricevente e ben più di un unico soggetto (ma anche gli scrittori possono essere più di uno) durante la trasmissione verbale (perché anche lo scritto, è bene ricordarlo, diventa verbale quando lo si legge) vi è pur sempre uno scambio di informazioni in base a un linguaggio tra gli stessi poli codificato (in caso contrario se chi scrive usa una lingua non conosciuta da chi legge, quest’ultimo non capirà).

Ora, se la quantità di informazioni veicolate con lo scritto (dati riguardanti la trama, l’ambientazione, i personaggi, le pause, i colpi di scena, le emozioni…) è la stessa quantità di informazioni che chi legge riceve, vuol dire che lo scrittore ha fatto un buon lavoro. Nel senso che, al netto della qualità di ciò che è stato scritto, il suo pensiero non è stato tradito dalla parola scritta, non è rimasto nascosto dietro a una fase mal costruita o oscura o imprecisa; ciò che lo scrittore voleva consegnare al lettore è a lui passato per intero.

Se invece, la quantità arrivata al lettore è meno o molto meno di quello che è stato affidato al nostro “treno comunicativo” allora bisogna correre ai ripari e verificare in quale comparto è da addebitarsi la perdita di informazione, a quale ragione va ascritta la produzione di quello che viene chiamato in comunicazione “rumore” come fonte disturbante (oscurante), riflettente o disperdente del dato trasmesso.

Mi rendo conto che trattare la narrativa sotto questo profilo può apparire sminuente, superficiale e persino irrispettoso. In verità questo taglio asettico del fattore comunicativo è invece fondamentale perché è alla base di ciascuna attività naturale del vivere civile. Se ho degli argomenti o idee pregevoli da dover divulgare ma mi trovo in una grande sala con molta gente e sono senza microfono e magari parlo a bassa voce, la possibilità di farmi valere sono minime. Lo stesso capita se ho il microfono acceso ma balbetto o esprimo il mio pensiero senza un ordine affastellando i concetti, senza una strategia narrativa di fondo o senza passione.

Altro problema infine è quando la quantità di dati ricevuti è anche maggiore di quelli trasmessi. Al contrario di quanto si possa pensare anche questo risultato è (piuttosto) negativo perché è pur sempre indice che lo scrittore non ha avuto il pieno governo della propria capacità espressiva e non tutto ciò che è arrivato al lettore era da lui voluto o desiderato. Con il pericolo infatti che sia pervenuto anche ciò che in realtà non voleva affatto esprimere ingenerando equivoci e malintesi.