Il testo side reader

Quando si scrive, ed è bene saperlo fin dalle prime battute di questo percorso formativo, si è portati a rimanere imprigionati nel proprio pensiero unilaterale di scrittore, all’interno della propria bolla creativa.

Esistiamo cioè noi, il nostro testo creativo, lo sforzo per produrre al meglio il nostro pensiero (perché non sia tradito nella fase di scrittura), ma non anche la considerazione che lo scritto – perché abbia, non dico successo, ma un suo seguito adeguato tra il pubblico – dovrà essere letto. In altre parole ci focalizziamo sul side writer della narrazione senza darci pena, spesso anche solo in modo passabile, del side reader, vale a dire del lato lettore.

Invece è bene tener sempre da conto che lo scritto dovrà essere necessariamente letto (a meno di non voler conservare il lavoro nel fatidico cassetto) e perché lo sia nel migliore dei modi deve essere concepito perché sia letto. Sembrano concetti ricorsivi, ma non è così.

Non è sufficiente quindi che ci si possa affidare al solo fatto che il nostro lavoro, in quanto (diciamolo pure ben) scritto, non possa che essere letto visto che è intellegibile (e ben scritto), occorre invece che sia pensato per essere facilmente fruito da chi lo leggerà. O meglio deve essere pensato perché possa essere anche facilmente letto.

Non si deve dimenticare che il lettore non è un semplice spettatore passivo come lo può essere chi va a teatro o al cinema o chi se ne resta comodamente in poltrona a vedere la televisione. È molto di più. È un mediatore attivo dello scritto, perché a sua volta converte il testo nel proprio linguaggio interiore per meglio assimilarlo, ma soprattutto perché articola fin nei minimi particolari quanto legge, ricreando dentro di sé non tanto il mondo letterario che lo scrittore aveva in mente mentre scriveva, ma quello che lo scritto riesce a “passare” al lettore.

Più il lettore avrà facilità nel reinventare intellettivamente (ma anche intellettualmente) l’opera nella propria mente, “creando” sulla falsariga di quanto legge, personaggi, situazioni, trama, ambientazione, più sarà entrato nel mondo-altro voluto dallo scrittore e più rimarrà “legato” al lavoro per aver partecipato fattivamente alla sua rappresentazione.

Se dunque quando lo scrittore, nello scrivere, terrà ben presente che il completamento del suo lavoro non si è già verificato con la stesura dello scritto, bensì dovrà proseguire (ogni volta e ad ogni specifica lettura) con l’attività preziosa di inventiva che il lettore eseguirà nella propria testa, farà allora un qualcosa che è tanto importante quanto essenziale per la buona riuscita della suo essere scrittore.

Dovrà a tal fine allora “passare” al lettore, attraverso il proprio scritto, tutta quella serie di suggerimenti (impliciti, espliciti ed extratestuali), al fine di rendere chiara e pronta la fruizione del testo, non in modo pedante e artificioso, ma quasi come in un linguaggio subliminale. Il lettore deve poter fare il suo lavoro in modo semplice, ma soprattutto per lui appagante.

La sottostima dell’impegno

Un errore banale che si commette quando si inizia a scrivere (creativamente) è la sottovalutazione della difficoltà della scrittura stessa.

La sottostima dell’impegno è dovuta alla banale considerazione che scrivere sia agevole, naturale come parlare o mangiare o camminare. In effetti lo è, ma solo se si scrive una mail, la lista della spesa e finanche un tema a scuola. La narrativa è però tutta un’altra cosa. Non basta mettersi al computer (o prendere una penna in mano) e iniziare a mettere nero su bianco quello che ci passa per la mente.

In realtà, se è vero che in pochi attimi avremo un ‘prodotto’ letterario sotto i nostri occhi, fatto di parole e frasi che riproducono il nostro pensiero, è anche vero che, a meno di non essere dotati di un talento eccezionale (che auguro di cuore) quanto scritto sarà poco efficace, disordinato e poco strutturato e, se va bene, sarà mediocre. Ti piacerà ugualmente, questo è quasi sicuro, ma nel migliore dei casi poteva quantomeno trovare una migliore espressione, avere una resa diversa e più incisiva; inoltre probabilmente non convincerà del tutto chi ti legge (esclusi i parenti stretti, ovviamente e i blogger in vena di compiacere) o non saprai andare avanti in modo originale o svilupparlo adeguatamente.

Ciò che voglio qui evidenziare, in aggiunta e a margine dell’infografica pubblicata la volta scorsa, non è che ‘scrivere bene’ sia una cosa necessariamente complicata, irraggiungibile o per gli addetti al mestiere: no affatto. Voglio dire piuttosto che è facile nel tempo disamorarsi, frustrarsi e in ultima analisi scoraggiarsi per quello che si è scritto (o non si è riusciti a scrivere) avendo sottovalutato complessivamente l’impegno richiesto. Prima o poi si capisce infatti che il prodotto non è al pari delle nostre aspettative o, peggio ancora,  non si comprende perché ciò che è stato scritto non piace (in tutto o in parte) a chi ci legge.

Come tutte le forme artistiche articolate e di alto livello, la scrittura ha bisogno di tempo per essere imparata, assimilata e compresa; richiede una curva di apprendimento che spesso non è immediata; necessita che sia imparata la tecnica (o meglio le tecniche) a servizio delle proprie capacità in modo che trovino espressione e risonanza, bellezza e armonia.

Dunque è necessario avere la consapevolezza che non ci si possa (e non ci si debba) accostare alla scrittura senza un minimo di umiltà, senza il giusto atteggiamento mentale secondo cui le cose da imparare, al contrario, sono molte e che i livelli di crescita sono diversi e in progressione; se si ha la costanza di voler imparare il “come si fa” e se si ha la passione di applicarsi, di esercitarsi a scrivere con costanza e intelligenza si potranno ottenere soddisfazioni immense. Non immediate, ma certe, non scontate ma a portata di mano, non labili, ma durature nel tempo.